Rassegna Stampa
Il Fatto Quotidiano
Alessandro Ferrucci
“10 Torte in faccia a Betti, a Benigni rifilai un cazzotto”
Sul set con “Bentornati al sud”
Sessant’anni fa il Suo debutto cinematografico. E solo per conoscere Totò.
Con Pasolini fui deciso: “Accetto ma non ci penso proprio a spogliarmi”
Articolo su “IL FATTO QUOTIDIANO” – di Alessandro Ferrucci
“Mi occupo ancora di mille cose”. Tra poco torna sul set. “Secondo voi la vita è pensata per stare su una poltrona in attesa della morte? Io non l’aspetto, la morte, la schifo. Anzi, quando arriva, spero cada davanti a me e prenda una facciata, così si ricorda quanto le è costato venire da Giacomo Rizzo”.
Deciso.
La mia è una bella vita, l’ho passata assecondando una passione nata quando avevo solo sette anni e con mio padre vidi un film di Totò: ‘Voglio diventare come lui’.
E suo padre?
Non era d’accordo.
Con Totò ha recitato in Operazione San Gennaro: anno 1966.
Accettai solo per conoscerlo, senza neanche trattare sul compenso
E…?
Era meglio evitare. Non mi piacque il suo approccio, forse perché era anziano, cieco, accerchiato, ma fu poco cortese ed era la seconda volta che mi capitava.
La prima?
Avevo otto anni e un guappo napoletano mi portò da lui. Anche in quell’occasione non fu molto cortese. Io rimasi zitto, ero troppo emozionato. Lo veneravo e ancora oggi lo venero (nel salotto c’è una foto di lui bambino e nella cornice accanto proprio Totò).
Il Principe, a prescindere.
In quel periodo feci il mio primo spettacolo, Il piccolo Totò, un insuccesso assoluto: venni scritturato, papà sempre contrario, per un pièce in un’arena di Portici. Finì male. Il pubblico appiccò il fuoco alle sedie.
Addirittura.
L’impresario aveva scritto minuscolo ‘piccolo’ e grandissimo ‘Totò’. Quindi la gente aspettava lui, non me. Al mio arrivo scoppiò l’inferno, oltre al fuoco tirarono di tutto verso di noi. Per fortuna non capii o non volli capire la situazione, ero concentrato sul palco, sul contesto e non sul disastro.
Ha recitato in qualunque contesto: dal giallo al comico fino alla commedia sexy.
Aggiungo: per cinque anni il cantante nei night. Non volevo più recitare, solo cantare come Nicola Arigliano, poi mi resi conto che il mio posto era il teatro.
Anche quello della sceneggiata.
Per tre volte, sempre con Mario Merola, però non mi piaceva, perché la sceneggiata è troppo condizionata dal pubblico.
Cioè?
In quei contesti non rispecchi quasi mai il copione, ma lo adatti, giorno per giorno, a seconda delle reazioni dei presenti; non solo, durante la recita il pubblico parla, urla, anche tra file lontane, e chi è sul palco è costretto a gridare per superare il vociare della platea. Secondo un collega del tempo, tutto questo rendeva la sceneggiata ‘epica’. Non è vero, era solo necessità.
A fine spettacolo?
Spesso eravamo senza voce, distrutti.
Mario Merola?
Persona meravigliosa, generosa. Perbene nel suo modo di essere. Poi aveva un atteggiamento da guappo, in realtà non lo era.
Da Merola a Pasolini per Il Decameron.
Quando è stato ucciso ho pensato subito a quello che avevo visto e vissuto con lui. Di strano.
Tradotto…
Pasolini era realmente due persone: sia l’intellettuale e il grande uomo, sia il tizio impegnato la sera nella sua vita segreta, appresso ai ragazzini con il bel sedere.
Il suo rapporto con lui.
Bellissimo, però non mi sono spogliato nudo.
Senza “se”.
Lo voleva per Il Dacameron. E io, subito: ‘L’avverto, non mi sono tolto i vestiti neanche per la visita militare. Sono da sempre così’.
Da sempre?
Non mi spogliavo neppure da bambino, con i miei fratelli, ho questa educazione voluta da nostro padre: ‘Al massimo posso restare in mutande e le mie sono molto belle, di qualità’.
E Pasolini?
‘Va bene, sei simpatico. Ti do il ruolo dell’avvocato’. Al momento del doppiaggio lo trovai mentre giocava nel cortile con dei signori, uno più fetente dell’altro, dei romanacci e lì ho pensato a quello che mi ripeteva: ‘Tu sei troppo raffinato’.
A cosa giocava?
Sempre a pallone, e se qualcosa non andava erano cazzotti.
Da regista era improvvisato?
No, sapeva ciò che voleva; (pausa) per me la gioia e il piacere si sono manifestati con l’amicizia di Pasolini e di Fellini. Una sera, entrambi, mi hanno invitato a cena; (resta zitto) in comune avevano la vocina, amavano parlare piano. Ma si capivano su tutto.
E poi la commedia sexy.
Film utili per campare.
È un pezzo di storia.
Ne ho girati tantissimi, specialmente con Luciano Martino, a quel tempo fidanzato di Edwige Fenech. Per fortuna mi sono divertito anche su quei set.
Fenech per lei.
Una donna straordinaria, non una donnaccia; (sorride) in La vergine, il toro e il capricorno Luciano era preoccupato per una storia tra la stessa Edwige e Ray Lovelock, allora bellissimo; una sera stavano giocando a poker e verso tarda ora uno della produzione mi chiese: ‘Ma tu hai sonno o ti diverti a stare qui?’. Capii immediatamente la richiesta: dovevo rimanere per controllarli.
E lei?
Mi misi a giocare a scopa con Oreste Lionello e la mattina dopo Luciano mi fece capire il ‘grazie’; con Edwige ne ho girati tre, scelto sempre da lei; (resta zitto) il gruppo che girava attorno a queste commedie era divertente, l’unico che non mi è mai piaciuto è Aldo Maccione, un uomo troppo acceso, troppo litigioso.
Dalla commedia sexy a Novecento, esattamente 50 anni fa.
In quei giorni legai molto con Robert De Niro, ma non sapeva ballare, ed era necessario per una scena, allora mi offrii: ‘Ci penso io, so fare la donna…’; però il mio vero amico era Donald Sutherland, che non andava d’accordo con Laura Betti.
Laura Betti carattere complicato.
Di più: quel set è stato particolare, per me durato 18 mesi e ho guadagnato una cifra incredibile: 350mila lire a posa.
Tanti.
Una cifra! Con 350mila lire pagavo sette mesi di pigione, quindi per due o tre anni sono stato tranquillo; (torna a prima) Doland si vendicò di Laura Betti.
Come?
Alla fine delle riprese organizza una festa in un hotel celeberrimo, il Maria Luigia di Parma, e per questo ordina dieci torte con la panna. Torte straordinarie, non piccole. Prima dell’arrivo di Laura Betti le distribuisce a dieci di noi, tutti posizionati in angoli diversi della sala. E una volta entrata fu il caos.
Un assalto.
Poverina, non capì niente. Perché finiva uno e iniziava un altro.
Non bellissimo.
Il conto dell’albergo fu chiaro: 6 milioni di lire di danni; (cambia tono) quelli dell’hotel non erano contenti di noi, avevano già cacciato Gérard Depardieu, considerato troppo hippy: mangiava a terra nel salone delle feste, e lasciamo perdere com’era ridotta la sua stanza; (torna a Betti) lei detestava Donald, lo considerava pessimo come uomo e come attore, e non mancava di dimostrarlo.
Bertolucci sapeva?
Certo, ma la copriva, non le diceva nulla; (sorride) quando Bernardo mi ha coinvolto in Novecento, ha posto un ‘ma’: ‘Avrai il ruolo del gobbo, però ti avverto: se prima dell’inizio delle riprese ne trovo uno vero, che parla pure inglese, scelgo lui, non te’.
E lei…
Inizialmente zitto, poi con il passare delle settimane avevo iniziato a riderci sopra: ‘Allora, l’hai scovato questo gobbo?’.
Altra data: 20 anni fa arriva Paolo Sorrentino con L’amico di famiglia.
Tra di noi non è finita bene.
Che è successo?
Con certezza non lo so, credo che la distanza tra di noi sia dovuta a quanto accaduto a Cannes.
Spieghiamo.
Eravamo seduti in sala, finisce la proiezione del film, ci alziamo tutti e parte un grande applauso. Poi l’organizzatore della serata mi invita a ripetere il gesto, ma da solo. Lì che fai? Obbedisci. E l’applauso fu esagerato. Poco dopo, Paolo se n’è andato e da quel momento non l’ho più sentito.
Neanche per la promozione.
Ripeto: non ho più avuto occasione di parlarci; (silenzio) sul set era stato straordinario, conosce come pochi i meccanismi e ha il carisma per imporre all’attore cosa fare. Bravissimo. E lo affermo perché non voglio mischiare le situazioni: la delusione è arrivata prima con Cannes e poi con il David.
Non lo ha vinto.
Lo meritavo anche perché oramai lo stanno prendendo tutti, pure attori che non lo meritano, attori che interpretano solo se stessi.
Ancora brucia.
Non sono uno che piange: in quel caso mi è capitato, con tanto di crisi (gli si strozza leggermente la voce); per quel ruolo avevamo lavorato tantissimo con Sorrentino: è venuto a casa mia, tutti i giorni, e per un mese. In quel film ci ho creduto così tanto da firmare il contratto due giorni dopo l’inizio delle riprese.
I registi l’hanno intimorita?
No, di solito ho sempre mantenuto ottimi rapporti; forse sul set con Monicelli ho avvertito qualcosa: ero agli inizi e in Toh, è morta la nonna! (1969) dovevo in interpretare un personaggio importante ma il giorno stesso dell’inizio delle riprese mi hanno spiegato che avrei dovuto guidare una macchina. Peccato che non avevo neanche la patente.
Soluzione?
Chiamarono al volo un altro (Gastone Pescucci) e a me assegnarono un ruolo molto più piccolo; (cambia tono) i primi di giugno torno sul set.
Per?
Bentornati al Sud (il terzo della serie dopo Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord). Mi fa piacere chiudere la mia carriera al cinema con un successo.
Perché chiudere?
Vabbè, chi lo sa? comunque ho fatto di tutto, anche la televisione.
Cosa le è piaciuto della tv?
Ma che cosa è quest’amore? (1979), lo sceneggiato di Ugo Gregoretti con Roberto Benigni.
Benigni agli inizi.
Sì, con lui non è finita benissimo, gli ho dato un cazzotto ed è caduto a terra.
Come mai?
Perché sul set continuava con il suo atteggiamento alla Benigni: improvvisava le battute, ti metteva i piedi davanti o li piazzava sopra le gambe, le mani davanti agli occhi, rubava la scena, mandava fuori tempo gli altri. E Ugo gli permetteva ogni stronzata. All’ennesima volta mi è partito il cazzotto.
Lei chi è?
Uno che s’è fatto le ossa da solo.